la casalinguetudine

Domani saliamo in macchina e andiamo dai Bambulli. Loro tre settimane a Molto Molto Lontano con nonni, zii, parentado tutto, mare all inclusive. Noi qui, a lavorare, cazzeggiare, guardare un monte di film che avevo arretrati preistorici,  fare tanto sesso, rovinare ulteriormente il bioritmo, mangiare sregolato e quasi esclusivamente  cibo spazzatura. Tranquillo, sono consapevole che senza i figli ci metterei un attimo a diventare un caso clinico, lo so è tutto sotto controllo.  Ma giuro che questa è per me la vacanza ideale. E la lascio invadermi senza porre freno.  L’importante è che abbia un limite e finisca.

Essere in vacanza è non avere niente da fare 
e avere tutto il giorno per farlo.
Robert Orben

 

E quindi, Quello Basso andiamo a prenderlo domani. Amori, non vedo l’ora di rivederli. Quella Alta vuole fermarsi ancora un paio di settimane e, con la complicità della nonna, ha organizzato il piano perfetto per rientrare al Fonto Paesello.

Sarò una madre atipica, ma a me piace un sacco che la mia Piccetta stia bene anche senza di noi. Mi piace che si senta protetta e ascoltata anche altrove, che chissà dove andrà, un giorno, e queste sono le prime prove generali per l’indipendenza.

E quindi oggi che si fa?

Ma si mette a posto casa, mi pare logico!

 

INGREDIENTI PER SISTEMARE CASA A FONDO SENZA CHIEDERSI MA CHI ME LO FA FARE CHE IO DOVREI ANCORA UNA VOLTA DORMIRE/FARE SESSO/ GUARDARE FILM/ IMBOTTIRMI DI GELATO

UNA PLAYLIST ANNI 90, (l’ultima decade musicale su cui sono un minimo informata) e lasciarsi travolgere da ritmo sfigato e ricordi adolescenziali.

BLOCCARE FORTEMENTE IL PENSIERO CHE BALLAVO/SOSPIRAVO/SENTIVO ALCUNE CANZONI CHE PASSANO NELLA PLAYLIST QUALCOSA COME 20 ANNI FA. Mioddio non ci posso credere che mi piacessero certe canzoni, oddio non ci posso credere che sono stata così giovane, oddio non posso credere di essere così vecchia!

COMMUOVERSI QUANDO PASSA INNUENDO. Perché sì, caspita, anche io ho un cuore!

FINGERSI BRITNEY perché nella vita tutte dobbiamo poter dire “ops! I did it again!” sentendoci delle bionde strafighe con lo scopettone!

FERMARSI A GUARDARE UN VIDEO DEI NIRVANA e chiedersi chi sarà il Kurt Cobain di Piccetta, e sentirsi invadere da una profonda tenerezza per il futuro che verrà, le emozioni che si sveglieranno, i cicloni emotivi in cui, suo malgrado, s’infilerà con l’entusiasmo gotico che solo l’adolescenza.

DECIDERE CHE LE TENDE LE TIRI GIÙ N’ATRA VOTA, CHE MICA SEI WONDER WOMAN, chee le tutine aderenti non ti stanno manco bene, diciamocelo!

VORREI CHE TU ANDASSI AVANTI

Mi piace pensare fosse una notte stellata, calda ma non afosa, eccitata e ricca di promesse. Del resto quella sera c’era la festa di paese, si balla e scivola di dosso la fatica del lavoro duro, quello dei campi di riso sterminati e pullulanti zanzare, o delle fabbriche dai turni devastanti, si balla e i pensieri schizzano via, resta solo la leggerezza.

Mi piace pensare che quando i loro occhi s’incrociarono, capirono subito che sarebbero stati quello giusto l’una per l’altro. Perché poi è così che andò: lui le si avvicinò, lei chissà come reagì inizialmente. Forse finse indifferenza. Forse fece un po’ la ritrosa. Ma comunque l’anno dopo si sposarono. 22 anni lui, 20 lei. Una promessa per la vita.

Una promessa rispettata, ma dai tempi troppo brevi, perché lui la lascia sola pochi anni dopo. Muore così, senza un perché. Sul finire degli anni 50 certe cose ancora non le sanno spiegare, o comunque non in un paesello del Monferrato.

 

Lei all’improvviso è sola. Non ha ancora compiuto 31 anni.

Ha due bambine piccole.

Un lavoro in fabbrica

Io non lo so come ha fatto a trovare tutta quella forza lì, ma l’ha trovata ed è andata avanti. Portando avanti le sue figlie.

Non si è mai risposata. Non ha mai avuto nessun altro. La vita l’ha portata lontana 700 km dalla tomba del marito, ma ogni anno per un giorno all’anno, finché il suo corpo l’ha sorretta, lei è andata a posarvi un bacio.

 

Lei è mia nonna, che da questo pomeriggio è peggiorata tanto. Ma tanto tanto, e non me l’aspettavo e nessuno se l’aspettava, che da 10 anni a questa parte era pressappoco stabile, e adesso sta proprio male, ma a quanto pare non così male da morire.

 

E io sono incazzata perché invece voglio che muoia. Voglio che sia libera del suo corpo che l’ha martoriata negli ultimi 15 anni. Voglio che vada perché checcazzo, a 90 anni, ma cos’altro devi fare? Stare in un letto, dio non voglia per chissà quanto, chissà come, chissà dove?

Voglio che lo raggiunga, corra da quell’uomo che l’ha avvicinata in una festa di paese, forse attratto da quell’abito color sabbia, o dal taglio di capelli corto e ondulato, a prendersi tutti gli abbracci e l’amore che le è stato negato. Che è stato negato a entrambi per quasi 60 anni.

Voglio che vai avanti, nonna. Che adesso ci sto male che l’ultima volta che ti ho vista avrei dovuto abbracciarti più a lungo, e chiederti altro sulla tua vita, i tuoi ricordi, e buttare all’ortiche il pudore e chiederti delle tue emozioni, ma è sempre così, il rimpianto rende sacra la morte, e ti prego vai, ti prego.

Al dolore del dopo ci penserò dopo, quello riguarda noi che restiamo, ma tu adesso liberati, ok?

Ce lo meritiamo

Tu probabilmente non lo sai, ma questo è un periodo strambo. Certo che non lo sai, non ci scrivo praticamente più, sul blog. Fanculo, sto tutto il tempo disponibile alla tastiera, ore la mattina, ore la notte, seduta in modi talmente coglioni che lo so che mi sto prematuramente sminchiando la schiena, e che dovrei correre ai ripari, o almeno riprendere con quel po’ di stretching che facevo la sera, sul letto, che io sono pigra e sempre meglio che niente. E comunque insomma, dicevamo, è un periodo strambo. Che c’ho le mestruazioni di continuo. Ma tipo ogni due max tre settimane, da troppo tempo ormai per fingere che sia solo un po’ di stress. E quindi si sono nuovamente aperte le danze di  COLTIVA LA TUA IPOCONDRIA, che io nella vita mai avrei pensato di essere una che si, scusailfrancesismo, caga subito in mano. E invece, eccomi, su la mano, sono io.

Ci devo lavorare. Ma seriamente. Che galoppo di fantasia, ma la fantasia deve canalizzarsi verso la creatività, non vorticare su se stessa, altrimenti non serve a niente e crea solo casini.

Comunque faccio tuuutte le prove del sangue prescritte dalla mia Doc e, in attesa delle risposte, vado a trovare nel suo studio Ginenazisenzafigli. La ritrovo che non è più così nazi, e soprattutto non è più senza figli. Del resto non la vedo da che è nato il Piccione, e il ragazzo non è più di primo pelo, diciamocelo.

“Hai utero e ovaie di una ventenne!” m’informa durante l’ecografia

Bella lì, ragazzi, battiamoci il cinque. Grazie che state bene, grazie! E anche un po’ vi invidio, che avere vent’anni ha il suo perché!

“E stai ovulando!”

Senti, io mi sono anche sforzata di vedere qualcosa su quello schermo, ma comprendimi se ti dico che le ho creduto sulla fiducia. Però saperlo mi è piaciuto, e mi ha fatto pure un po’ strano.

Pochi giorni dopo anche le prove del sangue mi battono il cinque.

Ora, per fugare ogni dubbio andrò a fare l’esame alla tiroide, ma qui son tutti concordi nel dire che sembra proprio essere stress.

Immagino che dovrebbe servire da monito, ti pare? Cioè, voglio dire, siamo tutti in tensione. Tu hai le tue, io le mie, siamo su una grande barca che naviga a vista su un enorme oceano di preoccupazioni globali e problemi personali, e tutti facciamo ciò che possiamo come possiamo ma poi lo scotto è che somatizziamo e il corpo a una certa sbrocca e così si solleva pure l’onda della paura.

Insomma, proprio un circolo vizioso di merda.

Il punto è che corpo, io ti voglio bene, davvero, e lo capisco che mi mandi dei segnali ben precisi, non è che sono cogliona fino a questo punto, ho anche investigato per trasformare le mie congetture in prove dimostrabili in tribunale, ma al momento non posso farci niente, quindi smettila. Trai sollievo anche tu dai risultati delle analisi e tieni duro.

E lasciami concentrata sul lavoro che così si fa prima e meglio. Ti prometto che, quando la tempesta ci darà un momento di tregua, io e te andremo a spassarcela un po’.

Promesso.

Checcazzo, te lo meriti!

come Lorenzo de’ Medici

Il fatto è che mi manca scrivere sul blog.

Mi manca davvero.

Mi mancano tante cose, mi manca il tempo.

Il tempo.

Quello per me, per me soltanto.

Adesso mi manca davvero, adesso una parte di me scalpita per riconquistarlo, perché ormai lo vedo che il momento è vicino, che Piccione viaggia come un treno verso i 4 anni, e l’autonomia genera libertà, un valzer perfetto, una turbina che gira. E poi dai, là fuori sta arrivando la primavera che, spero tu sia con me, inizia soltanto con il cambio dell’ora e la luce che riempie le serate e fa venir voglia di restare all’aria aperta.

Rinascita.

Fico.

 

Intanto mi prendo questi 10 minuti qui per segnarmi un ricordo, un frammento di passato, una libertà spensierata che mi è crollata addosso così, senza che la cercassi, come quando fai la polvere sulle mensole alte della libreria e butti giù qualcosa che non ti eri accorto ci fosse. E mentre ti chini a raccoglierla pensi “ah già, ci sei anche tu!” e te la rigiri fra le mani prima di infilarla da qualche altra parte per poi ridimenticartene quasi istantaneamente.

Però se lo scrivo lo so che mi resterà attaccata addosso per un po’ di tempo in più, e c’ho proprio voglia d’indossarla una volta ogni tanto, calma il mio scalpitare.

 

Quasi mezza vita fa, avevo 20 anni ed era proprio marzo, passavo le serate in un pub (molto in fondo) sui navigli. Sempre lo stesso. Ogni sera riempivo il mio zaino di fogli, matite, carboncini e pennelli. Poi, strada facendo, raccoglievo un po’ di amici. Oltrepassavamo la tenda rossa e ci sedevamo a un tavolo di legno. Non sono mai stata una grande osservatrice d’insieme, oggi non saprei riconoscere quale pub fosse chesso’, dall’arredamento o dalle dimensioni dell’ambiente, ma sono fissata con i dettagli. I muri, color tortora con uno spugnato di un paio di tonalità più scure, quelli posso giurare che saprei riconoscerli.

Ordinavamo da bere, sguainavamo la nostra attrezzatura e cercavamo –o meglio, ci facevamo trovare da- storie da raccontare nascoste nelle macchie delle pareti.

Era un rito collettivo. Ma anche intimo. Era catartico. Era creativo. Era esilarante.

Credimi, so con assoluta certezza che quello era un periodo ben strano della mia vita, posso garantirti che non ero affatto serena e totalmente disallineata ma anche quanta tanta roba. Quanta tanta roba quel meraviglioso, veloce, crudele, formativo periodo che è la giovinezza con tutta quella libertà.

 

Che spetta mo’, adesso non ti credere che ne senta nostalgia, diocenescampi che io c’ho quasi porcoquarantannicazzo, ma che bello aver vissuto.

E, soprattutto, che bello lasciar sfocare la visione d’insieme e decidere di godere solo dei dettagli.

 

 

La metafora intrinseca di questa notte degli oscar

Leo,

io te lo dico: secondo me l’oscar non lo vinci manco questa volta (se poi vengo smentita sarò la prima a festeggiare, sappilo!!!). Che poi io Revenant non l’ho visto, ma Fassy è stato pazzesco e sconvolgente e quindi non so se lo meriti, ma in The wolf of Wall Street eri talmente superlativo che, alla peggio, dovresti vincerlo per differita.

Comunque no, non lo vinci.

Poi magari sbaglio, dai che forse sbaglio. Che io a te voglio bene davvero, e mi spiacerebbe che poi ci resti male.

Però lo so che per consolarti ti tromberai tutte le bionde sotto i 25 anni alte un metro e 80 e taglia 38 dello showbiz. Che diciamocelo, mica tutti possono permetterselo. Io, ad esempio, mi mangio le stecche di cioccolato quando sono giù di morale, fai tu i legittimi paragoni. E andrai avanti e farai un altro film che passerà alla storia, un altro film che ti porterà ancora più lontano, riconoscimenti o meno. Che non sei scemo, anche se, lasciatelo dire, un filo monomaniacale con le donne e mi sa che scateni una tale invidia che anche per questo non ti consegnano la statuetta.

Fregatene, Leo. Anzi, bullati proprio. Prima o poi sarà lì, sul caminetto, accanto alle foto di mammà, ma finché ti sfugge ti sento più umano, più vicino, l’emblema che vaffanculo, quante ingiustie in sto mondo lavorativo, ma tu non molli perché sai di valere, e prima o poi dovranno ammetterlo anche gli altri.

Ma non oggi.

 

 

ti riassumo i fatti salienti, già che ormai scrivo proprio pochino

Quello Basso ha iniziato sabato l’antibiotico, ed essendo il primo che prende da un anno, l’evento non ci ha traumatizzato nè depresso. Adesso si aggira per casa tossendo come un tabagista e chiedendo a gran voce di guardare i PawPatrol, un cartone animato in cui sei cuccioli di cane guidano vari mezzi di trasporto.

Cani.

Che.

Guidano.

Perché queste idee geniali non vengono a me?!?

 

Nel frattempo la mia compulsione all’accumolo si è involuta. Nel senso che sto svuotando le mie 7 librerie casalinghe donando un monte di roba alla biblioteca del FontoPaesello. Diciamocelo, sono piena di narrativa che non solo non mi ha lasciato granché, ma che di certo non riprenderei in mano nemmeno per una ripassatina veloce. E allora che si fa? La si lascia andare. Giuro che non so che mi sia preso, ma cavalco l’onda finché si può. E, stranamente, non con l’intenzione di riempire velocemente i vuoti lasciati.

 

Quella Alta ha cantato in pubblico per la prima volta. Su un palco. Con centinaia di persone che la guardavano. E io ho passato quei tre minuti coi lucciconi negli occhi, prendendomi il lusso di pensare “l’ho proprio fatta io, porcatroia”. E domenica inizia il torneo di pallavolo con tanto di trasferte per la lombardia. Ma noi attuali 40enni che cacchio facevamo a 8 anni? Oltre a sfondarci di televisione, intendo… Niente, vero? E nessuno ci faceva sentire in colpa per questo, giusto?

 

Nel frattempo la Fontocoppia è arrivata a 9 anni di matrimonio. Passato decisamente in sordina, ma con la promessa che il prossimo anno si faccia qualcosa di Davvero Celebrativo.

“Ci facciamo un we lungo in qualche città d’Europa!”

“Sarebbe bello, ma poi mi sentirei in colpa che i ragazzi non li portiamo con noi. Che viaggiassimo spesso anche sì, ma più che portarli a MoltoMoltoLontano non è che si faccia!”

“Allora li portiamo con noi!”

“Ma che, scherzi? Che razza di anniversario sarebbe, allora?”

 

 

 

 

profonde verità

Non sembra, ma mi sto concentrando.

No, aspett’, meglio dire che sono in fase di sgombero mentale.

No, nemmeno, è tipo un training autogeno. Ma forse manco no, è solo che fra poco mi metto a lavorare su un progetto bello e creativo e complicato e stimolante, e allora faccio un po’ d’ordine nel cervello così poi le parole fluiranno meglio.

Si spera.

E niente, pensavo che quest’anno mi avvicinerò alla cifra tonda che più di così non ci si può avvicinare e, in pratica, in 40 anni non ho ancora trovato il MIO taglio di capelli. Quello che lo guardi e dici “ohpporcocazzo, sei proprio tu! Sono proprio io!”

Che se ci pensi è uno spreco.

 

E per il resto si corre, si corre, si corre sempre. E sono felice, sono arrabbiata, assonnata, preoccupata, amata, innamorata.

E ferma.

Troppo.

 

E ora cazzeggio ancora un attimo su internet, poi apro il file.

 

Fino a qui tutto bene

Non ti ho tolto gli occhi di dosso, per quanto quel gelosone di tuo fratello me lo permettesse. E ti ho guardata cantare, e recitare la parte conclusiva dello spettacolo, e sorridere, e rincorrere i tuoi amici alla fine di tutto, in una corsa allegra e scalmanata per distendere i nervi, e mollare un coppino memorabile al Cra che ti aveva rubato il cappello, e sussurrare alle amiche, e fare la giravolta, e aggirarti fra le bancarelle e scegliere l’orribile decorazione da appendere al nostro albero per dare il nostro contributo alle casse della tua scuola, e andare a prenderti le coccole dalla tua maestra preferita, e saltellare in giro gonfia di adrenalina.

E ho pensato che mi riempie di serenità e fiducia che tu abbia 8 anni e mezzo e una vita felice. Che un giorno, chissà, quando ti guarderai indietro, ritroverai un’infanzia priva di grossi traumi o incomprensioni e, forse, sarà una buona base per costruire tutto il resto.