un amico

Entra a casa nostra a piedi scalzi, gli occhi lucenti, piercing, collane, bracciali. E’ bello, sereno, positivo. Ha compiuto 30 anni, ha imparato un sacco di lingue frequentando persone di tutti i luoghi del mondo, girando in molte parti del mondo. Ha fatto sua la filosofia hippie, vuole andare in palestina, nello yemen e conoscere meglio l’islam e la cultura araba che, dice, non è affatto come l’informazione la dipinge.
Viaggia in autostop, dorme serenamente dove capita, dal prato del parco al divano di chi incontra al momento. Sta lasciando il suo lavoro di Programmatore di Altissimo Livello, consapevole che in qualche modo si arrangerà, fosse anche lavar piatti.
Perché la vita non può essere fatta di sacrifici che non appagano mai. Perché la vita è l’unica esperienza che abbiamo ed è nostro dovere esplorarla. Approcciandosi con fiducia nei confronti del prossimo, abbandonando i pregiudizi, mantenendo positività. Fino ad oggi non ha mai avuto di che pentirsene.
E ripenso a com’era fino a cinque anni fa, che il suo desiderio più grande era trovare in Piazzale Loreto, a caratteri cubitali, possibilmente dorati, il nome della sua azienda, appagato nell’essere stritolato dagli ingranaggi di un sistema capitalista.
E ora lo ascolto mentre parla a voce bassa e ferma, guardo quegli occhi pieni di luce e non vivrei mai, mai, la sua vita, ma un po’ questa sua vita gliela invidio, perché è chiaramente la persona più felice che conosca.

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