Di Charlie Hebdo

Diciamo che vorrei provarci, ok? Che non vuol dire che ci riuscirò, e non so nemmeno dove andrò a parare, ma forse qualcosina, giusto qualcosina, posso metterla nel piatto.

La satira nasce per turbare la sensibilità. La sensibilità è del tutto personale e culturale. Ciò che turba la mia sensibilità potrebbe scivolare inosservata al mio dirimpettaio e certamente non toccherà manco di striscio uno che abita dall’altra parte del mondo.
Qui in Italia la satira quasi non si fa. Chi prova a farla viene tacciato quasi immediatamente di essere un pervertito/deviato/malato/pericoloso. Che non è il top per trovare la propria nicchia per cercare di campare dignitosamente.

Quindi, insomma, la satira noi non la facciamo. Oserei quasi dire che non s’è mai fatta. È al di fuori del nostro contesto culturale. Qualcosina su Frigidaire negli anni 80, qualcosa su riviste aperte e chiuse nel tempo di uno batter di ciglia e per il resto no, a quanto pare la satira non è nelle nostre corde.

O forse è più azzeccato dirti che non è nelle nostre –o “altrui”- scelte. Forse la rivista più vicina all’argomento, per quanto ancora lontana dal concetto puro di satira, era “Totem Comics”, uscita negli anni 90 e durata all’incirca un decennio e che mi ha cresciuta, sia come persona, sia nella formazione del mio umorismo. Umorismo, però, ed ecco che torniamo al punto di partenza, perché l’umorismo non è satira.
Perché la satira è volutamente estremamente provocatoria.
Picchia duro su temi forti.
Disgusta.
Insomma, satira è anche questo

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Ti turba?
A me sì, e pensa che sono atea, quindi non ho nemmeno un amico immaginario per il quale indignarmi.
Quindi cos’è la satira?
Facciamola semplice è diciamo che è un linguaggio sotto il quale si raggruppano una serie di intenti. Difficile essere più specifici perché non è un tipo di linguaggio che parliamo noi italiani, e a simili livelli non ci siamo mai spinti. Te lo ripeto ancora una volta, che so di essere prolissa e quindi poco chiara: la satira non rientra nel nostro bagaglio culturale. Tantomeno nella nostra tradizione nazionale. Noi al massimo “parodiamo”. Ma parodia non è satira.
Ma quella di “Charlie Hebdo” sì. E parecchio. Perché per la Francia è un genere di linguaggio più che diffuso, che hanno utilizzato e utilizzano tutt’ora.
Capito adesso perché prima di picchiare le tue belle ditina sulla tastiera sarebbe un bene approfondire anche solo di un pelo l’argomento di cui stai parlando?

Mi sembra sia inutile stare qui a specificare l’orrore di quanto accaduto.

Un orrore, per inciso, che non riesco nemmeno a comprendere, e non solo perché da atea non riesco a capire come ci si possa spingere a simili limiti nel nome di, ma anche perché io di Islam, per davvero, non ne so un cazzo. Perché la mia conoscenza sull’argomento, come quella nazional popolare, è fatta di informazione frammentaria e carica di preconcetti. Perché nessuno mi racconta l’ordinario, il quotidiano, la banalità. Vengo informata solo sullo straordinario, l’odio, la violenza, la chiusura.
Spero che i miei figli, che vanno a scuola serenamente con Aysha e Kaan, con Hamed e Ashmee un giorno me ne possano parlare e aiutarmi a capire meglio. E spero che loro non abbiano bisogno di capire perché l’avranno assorbito per osmosi.
Nel frattempo mangiano tutti assieme, fuori da scuola, i biscotti dallo stesso pacchetto.
Da qualche parte si dovrà pur iniziare, no? E a me sembra un bell’inizio.

Ma adesso basta. Basta davvero.
Basta strumentalizzare la morte di 12 persone.
Basta strumentalizzare la religione islamica, dato che lo stiamo facendo (pure noi, non solo loro) a spron battuto, fomentando solo odio e ulteriori guerre fra poveri. O meglio, fra povertà differenti.
Basta complottismi sollevati alla cazzo di cane e che trovano seguiti e seguiti e seguiti ancora (evviva i social network!!!).
Basta riempirsi la bocca di frasi come “libertà di stampa” in un paese imbavagliato e che stampa solo ciò che più aggrada. E parlando della strage “pixella” le vignette incriminate nel nome del “politicamente corretto”. Perché amico, o informi o non informi, se hai paura di essere crivellato da qualcuno che si sente offeso da ciò che dici, allora non stai gestendo il problema e non fai nulla per debellarlo.
Basta a quelli che dicono “se la sono cercata!”, che proprio non hanno colto il nocciolo della questione ed è meglio che tornino al bar sport a discutere di calcio, invece di mettere in piedi tifoserie da squadroni della morte.
Basta.

Perché noi non siamo Charlie, io non mi sento Charlie, io non credo di essere Charlie.

Charlie erano loro e il sangue che loro malgrado hanno versato va rispettato fino all’ultima goccia, e da una situazione simile avrebbero estratto nuovi argomenti per creare nuova satira. Per far indignare, certo, ma anche ridere.

E nessuno di noi, adesso, ha voglia di ridere.

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10 pensieri su “Di Charlie Hebdo

  1. A me non turba la vignetta, invece mi turbano i proclami di certe persone e la strumentalizzazione che si sta facendo dell’attentato. Quello che mi turba è sentire ogni giorno che l’invasione di un paese da parte di migliaia di soldati organizzati, armati fino ai denti, che lancia missili “intelligenti” facendo strage di civili viene chiamata “esportazione della democrazia” o “missione di pace”, ecco quello che mi turba. Non una vignetta satirica. Charlie è un simbolo per quelli che credono che il potere (tutto il potere) vada ridicolizzato e smascherato da queste ipocrisie. Pera, io mi sento completamente smarrita e spaventata… e impotente. E mi ci sentivo già prima, ma adesso di più…
    R.

    P.S. Comunque ti sei dimenticata Cuore e Il Male… 😉

    • è complicato.
      l’argomento intendo, e anche il modo in cui viene esposto. è come un grosso minestrone in cui si infila la qualsiasi per confondere ancora di più le scarne idee.
      Quello che dici è tutto giusto e lo condivido, giassai. Aggiungerei che mi turbano anche di più i bambini imbottiti di esplosivo che vengono sacrificati per non mi è nemmeno chiaro cosa, e non mi è chiaro perché l’articolo non l’ho nemmeno letto, che poteva essere mia figlia quella bimba, se fosse nata in quella parte del mondo, e nessuno scende in piazza per lei. Mi turba la gente che urla che la libertà di stampa e di espressione è un sacrosanto diritto, ma poi se je dici “non sono d’accordo” ti urla dietro, ti trolleggia nel mondo arrogante e ricco di personalità multiple su internet, ti censura.
      Ecco, per me il controsenso fondamentale è che in un mondo che censura pensieri opere e omissioni, la libertà d’espressione non è contemplata.
      Sono una l’antitesi dell’altra, e visto che passiamo il tempo a tappare la bocca agli altri, poi urlare al diritto di essere liberi di esprimersi mi suona coma una presa per il culo.

      Mi urta, più che turbare, che tutti si riempiano la bocca della parola “libertà” per la redazione di C.H, quando libertà è uno stato che non ci appartiene e che probabilmente, impegnati come siamo a proteggere il nostro piccolo frammento di orto, manco ci meritiamo.

      Per me Cuore, benche si dichiarasse satirico, non faceva satira. Faceva sarcasmo. Bello e fatto bene, ma con l’intento della riflessione che non è prevista nella vena satirica.
      Pensavo a Crozza che un decennio fa aveva indossato le vesti del Papa per fare satira, e di come era stato spezzato (ma crozza non si spezza, grazziealcielo) dall’allora governo. Era stato giovanardi a tirr fuori quell’immonda filippica sul cattivo gusto?

      • Mah. A me fa piacere leggere un post che affronti la questione da un punto di vista minimamente tecnico. lo trovo istruttivo. Però non mi sembra che la vignetta non faccia riflettere. Fa riflettere su due livelli. 1)Vingtrois arcivescovo di Parigi predica sulle famiglie doc mentre si dichiara figlio di una stramba famiglia che al momento di copulare deve escogitare acrobazie degne della Filosofia nel boudoir (gran libro). Essendo tal prelato persona navigata, probabile ne abbia riso per primo 2)il fastidio che alcuni possono provare deriva dalla religione o dalla sessualità? Perché l’associazione religione sessualità dovrebbe essere fastidiosa? Perché ci troviamo a disagio davanti alla rappresentazione o alla immaginazione della sessualità? Cosa ci dice di noi stessi questa sensazione? Riusciamo a chiedercelo e se no, perché? Insomma, caliamo un pudico sudario in nome di un malinteso rispetto della credenza altrui, o interroghiamo noi stessi?
        Insomma, sarò metafisica, ma altro che non riflettere! Di vignette di CH ne ho viste poche tutto sommato, ma quanto erano più forti tanto più suscitavano domande. Il che è sempre buona cosa secondo me.
        Dopodiché capisco il fastidio per gli opinionisti a banderuola, specie se li si costeggia da vicino. Ma penso che tante persone di altro ambito, che non strillano sui social, possano affermare in maniera molto limpida Je suis Charlie (gesto di solidarietà chiesto da Vals tra l’altro) per motivi che hanno a che fare con le idee di Charb e dei suoi, non con altro. E per la sensazione che quelle idee siano di basilare importanza per la Francia (ma non solo, in realtà) e non si possa fare a meno di dire no. Poi ovviamente quella frase ricorda il Siamo tutti ebrei tedeschi uscito anch’esso dalla storia di Francia.

  2. Io non riesco a vedere-ascoltare-capire un tiggì da un paio di anni. Leggere un quotidiano? Pf! Utopia. Quindi me la vivo in silenzio nella mia quasi totale (e beata?) ignoranza, carpendo qualcosina qui, qualcosina lì. Però, ecco, l’unica cosa che capisco, è che c’è qualcosa a larga scala che non va; c’è qualcosa di sbagliato; e c’è che probabilmente noi viviamo di quello che vogliono farci sapere. Un po’ come essere in aereo, quando l’equipaggio sa che c’è qualcosa dell’areo che non va, e si caga addosso, ma tu hai il tuo culone comodamente adagiato nella poltrona sul finestrino e guardi felice fuori, all’oscuro di tutto. E l’aereo, nonostante tutto atterra. Ma ogni tanto, e per fortuna statisticamente sono più uniche che rare le occasioni (a meno che tu non stia prenotando un aereo di una compagnia malese), l’aereo cade.
    Ecco. Questo mi spaventa. Mi sento come se volassimo su un aereo in avaria, dove l’equipaggio SA ma NON DICE. Dove noi ci allertiamo ad una piccola turbolenza, ma a conti fatti, una volta passata la turbolenza, riprendiamo a leggere la nostra rivista.
    Quindi niente. Speriamo che l’aereo continui nei suoi viaggi senza cadere.

  3. Sono d’accordo! E oggi ho visto in un tweet che il n della rivista uscito stamattina è già in vendita su ebay a 290€…. In Italia.
    Non ho parole….

  4. a me turba la vignetta. mi sento presa in giro come credente. Però non mi scatena violenza. Mi scatena irritazione. Non comprerei quel giornale. Ma lascerei la libertà agli altri di comprarlo.

    Questa è la vera libertà.

    Avere la scelta.

    Avere molte scelte

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