profonde verità

Non sembra, ma mi sto concentrando.

No, aspett’, meglio dire che sono in fase di sgombero mentale.

No, nemmeno, è tipo un training autogeno. Ma forse manco no, è solo che fra poco mi metto a lavorare su un progetto bello e creativo e complicato e stimolante, e allora faccio un po’ d’ordine nel cervello così poi le parole fluiranno meglio.

Si spera.

E niente, pensavo che quest’anno mi avvicinerò alla cifra tonda che più di così non ci si può avvicinare e, in pratica, in 40 anni non ho ancora trovato il MIO taglio di capelli. Quello che lo guardi e dici “ohpporcocazzo, sei proprio tu! Sono proprio io!”

Che se ci pensi è uno spreco.

 

E per il resto si corre, si corre, si corre sempre. E sono felice, sono arrabbiata, assonnata, preoccupata, amata, innamorata.

E ferma.

Troppo.

 

E ora cazzeggio ancora un attimo su internet, poi apro il file.

 

Fino a qui tutto bene

Non ti ho tolto gli occhi di dosso, per quanto quel gelosone di tuo fratello me lo permettesse. E ti ho guardata cantare, e recitare la parte conclusiva dello spettacolo, e sorridere, e rincorrere i tuoi amici alla fine di tutto, in una corsa allegra e scalmanata per distendere i nervi, e mollare un coppino memorabile al Cra che ti aveva rubato il cappello, e sussurrare alle amiche, e fare la giravolta, e aggirarti fra le bancarelle e scegliere l’orribile decorazione da appendere al nostro albero per dare il nostro contributo alle casse della tua scuola, e andare a prenderti le coccole dalla tua maestra preferita, e saltellare in giro gonfia di adrenalina.

E ho pensato che mi riempie di serenità e fiducia che tu abbia 8 anni e mezzo e una vita felice. Che un giorno, chissà, quando ti guarderai indietro, ritroverai un’infanzia priva di grossi traumi o incomprensioni e, forse, sarà una buona base per costruire tutto il resto.

Ti consiglio un film, anche se non lo faccio mai

Io amo molto i miei bambulli. Serve che lo specifichi?

Però.

Però talvolta mi sento soffocare.

Però talvolta vorrei urlare.

Però talvolta vorrei scrollarmeli di dosso e rifugiarmi qualche minuto nella mia vita di prima, quella in cui avevo solo me stessa a cui badare. E non lo facevo manco bene, per giunta, ma riguardava solo me e quindi non aveva importanza.

Io so benissimo che sono pensieri che, chi più chi meno, formuliamo tutte. Siamo esseri umani che cercano di sopravvivere in tempi di troppi pensieri foschi e pochi fidati con cui condividerli, e siamo stanche, e sole e spesso con multipressioni che ci comprimono da troppi lati, come fossimo giocatori di rugby in mezzo alla mischia.

E quindi sì, anche se magari non tutte lo ammettiamo, che forse è ancora un po’ un tabù, pensieri analoghi li facciamo. Magari poi ci sbrighiamo a sotterrarli in profondità e negarli persino a noi stesse, del resto nessuno ci ha mai avvertito di questa ambivalenza nei sentimenti, si è sempre state decisamente omertose sull’argomento, e come tutto ciò che non si conosce e spaventa, si amplifica e rimbomba nel silenzio.

E poi, una notte in cui dovresti lavorare ma proprio non ti viene, decidi di guardare un film horror che ti hanno detto essere davvero bello.

E davvero bello lo è per davvero, ma tutto è fuorché un horror. Anche se angoscia tanto, molto più di un horror convenzionale. Perché tratta, anzi, dà voce e corpo, al mostro che c’è sempre dentro a ogni mamma. Un mostro subdolo che si nutre della profonda solitudine e delle frustrazioni di Amelia, delle urla isteriche e dei comportamenti sempre più borderline di suo figlio Samuel, sette anni, della perdita di suo marito in un incidente pauroso e di un lutto mai elaborato.

Si nutre d’incomprensioni e di senso d’inadeguatezza, di speranze disilluse e di inutili attese.

Si fortifica nella rabbia che cova e monta ma non trova una via sana per sfociare, e quindi erode ogni molecola dentro e fuori.

E tu che sei una mamma, porca vacca, empatizzi.

Cosa si può fare quando Babadook cerca d’impossessarsi della parte migliore di noi e alla fine, sfiancati dalla battaglia, glielo permettiamo?

Il film mette in scena, suppongo, l’orrore per antonomasia di ogni madre, e lo fa prendendoci a schiaffi ma senza privarci di preziose carezze, il tutto immerso in una fotografia sempre luminosa ma mai capace d’illuminare davvero. I due attori principali, madre e figlioletto, sono di un talento devastante e sceneggiatura e regia sono di una donna (e del resto nessun uomo, con rispetto parlando, sarebbe stato in grado di concepire un travaglio interiore di simile portata, non per incapacità, ma per assenza di strumenti base).

E le illustrazioni di Alex Juhasz sono da guardare e riguardare nonostante siano profondamente disturbanti, e se sei del mestiere studiatele proprio.

E quindi sì, lo so, pensieri sgradevoli sui nostri figli e sulla nuova vita che ci hanno donato, talvolta li facciamo tutte, ma sento di dover ringraziare questo film che li ha portati in scena, li ha prelevati dall’ombra facendoci, facendoMI sentire meno sola.

E niente, mi son sentita in dovere di metterla giù, questa sensazione di condivisione. Questo balsamo messo via e che mi spalmerò addosso in un “momento no” e che magari, chissà, serve anche a te. E se ti capita di vedere il film, non fermarti a chiederti se Babadook esiste davvero, perché non è questo il punto, vai oltre, guarda la luna, non il dito… e le zone d’ombra, guarda le zone d’ombra. Perché quello che il film vuole ricordarci è che i nostri mostri non vanno combattuti, ma accettati. E bisogna tenerseli accanto per non perderli di vista. Perché è l’unico modo per mantenerne il controllo.

 

 

Sono una vecchia sciattona

Appena entriamo da Lush mi assale la claustrofobia, che il posto è bello e ci sono un sacco di prodotti carini e validi, ma quell’accozzaglia di profumi che ti aggredisce fin dal primo respiro a me fa venir voglia di rifargli nuovo il ripiano del NonSiMangia.

Ma vabbè, siamo in missione, ed è pure una missione seria!

“Posso aiutarvi?” domanda alla Piccetta una commessa che ha capito subito chi si farà maggiormente coinvolgere nella causa.

“Sì, grazie, io devo prendere un regalo per la mia Zia TantiSorrisi che compie 50 anni!”

La commessa mi guarda. Io sorrido per quanto l’apnea me lo conceda.

“Be’, complimenti alla zia che mostra 10 anni di meno!”

Io smetto di sorridere. In effetti, ora che ci penso, mi sa che in quel momento mi sono pure distratta dalla nausea.

La commessa pensa che la ZiaTantiSorrisi sia io.

Io.

Io che non ho 50 anni, ma manco 40, che a essere precisi ne ho 38 e 5 mesi.

Ergo, manco 38 e mezzo.

Fanculo, devo proprio iniziare a usare quelle creme contorno occhi, idratanti,ristrutturanti,miracolose,cariche di promesse e toy boy annessi.

E magari rifarmi pure la tinta, eh.

 

Il lato positivo è che, accortasi della gaffe, la commessa ci ha riempite di campioncini omaggio. La odierò ancora a lungo, ma almeno la mia bolla di risentimento sarà profumatissima!

Noi abbiamo le Risposte alle grandi Domande

“mamma, ma io dov’ero prima di nascere?”

“Nella mia pancia, Piccione”

“No, primaaa! Dov’ero prima?”

“Non lo so. E’ passato troppo tempo da quando sono nata e non me lo ricordo più. Ma tu, che sei nato poco più di tre anni fa, forse lo ricordi ancora… dove stanno i bambini prima di nascere?”

“In fila a expo!”Loro a expo

Loro a expo

 

Dev’essere un inizio piuttosto traumatico.

Hello

Ho appena letto che il 64% delle donne che ha ascoltato il nuovo singolo di Adele “Hello”, ha chiamato il proprio ex.

Potrei linkarti l’articolo, ma sono troppo pigra per farlo. Fidati della fonte, o indaga per i fatti tuoi.

Io la canzone non l’ho ancora ascoltata, nè letto le parole. Ma per farmi profondi film mentali, per cadere nel giochino del “what if”, non ho mai avuto bisogno di Adele.

Mi arrangiavo benissimo da me.

64% delle donne, cheddiamine, un po’ d’iniziativa!

tre puntini di sospensione

Che alla mia Piccetta si siano già svegliati gli ormoni e che il suo corpo stia già iniziando a cambiare piace proprio poco. Mi mette ansia, malinconia, mi fa pure un po’ incazzare che c’ha 8 anni, eh, lasciatemela restare bambina ancora un po’ che l’infanzia è una e la spensieratezza è un suo diritto ancora per un po’, nessuna sotto i 10 anni deve portarsi a scuola degli assorbenti, porco di quel cazzo cazzo.

E poi non voglio a prescindere, immagino. che per i grandi eventi non si è mai pronti e punto.

Il Piccione, invece, mi ha detto la cosa più bella che io abbia sentito in 38 anni. Roba che se non avessimo sto legame di sangue qui, quello madre/figlio, per intenderci, sarebbe l’uomo della mia vita.

“Ti guardo mentre leggi per me!”

No, parliamone, a te t’hanno mai detto niente di simile?

e quindi tutto va avanti veloce e inarrestabile, tranne il mio cervello che è in stallo e fisso a pensare che non so, non è possibile, non era immaginabile, è come se lo scorrere del tempo fosse all’improvviso diventato un principio fisico concreto, e mi affascina e spaventa al contempo, e cerco di non soffermarmi sullo strisciante senso che sono arrivata a quasi 40 anni in una bolla in cui tutto ha sempre funzionato bene, in cui i lutti sono stati relativi e le -poche, fra le altre cose- perdite dolorose ma mai al punto da squarciarmi, e che quindi adesso per forza di cose dovranno pur iniziare e chi sarà il primo a salire sulla giostra? E potrei pure essere io, eh, vai a chiederlo ai dottori che 10 giorni fa mi hanno fatto mammografia ed ecografia, vaglielo a chiedere a loro che sguardo avevo. E chissà quanti sguardi simili al mio vedono ogni giorno, ma il mio si è trasformato in sollievo, ma quanti sono così fortunati? Chi è salito sulla giostra al posto mio? Quindi suppongo di essere ancora in coda, ma alla fine tutti i numerini vengono estratti, no?

E niente, sto esaurita, non farci caso. Sono spesso esaurita, diciamocelo, ma questo nuovo modo qui non mi piace affatto e non va bene, e non lo voglio, e non mi appartiene e dionovoglia che invece sia diventato un nuovo abito del mio guardaroba emotivo. e al momento sembra proprio il mio preferito, si adatta con tutto.

Metti che torni a casa da una sera con le amiche

Le tue amiche ti stanno già aspettando al pub, ma sai che non è un’attesa scomoda o al freddo, quindi te la prendi comoda. Metterai a dormire Piccione e te la chiacchiererai un po’ con Piccetta, così, giusto per non far sentire loro troppa differenza rispetto al solito.

Che non ricordi assolutamente quando è stata l’ultima volta che sei uscita dopo cena con adulte parzialmente responsabili e zero bambini, ma sei pronta prontissima a immolarti per la causa.

Il motto di tutte noi è “famo na robetta allegra ma veloce”, ma poi una chiacchiera tira l’altra, una risata è seguita da un discorso più serio, un ulteriore giro di bicchieri approda al nostro tavolo e si torna goliardiche, e quando si guarda l’ora domani è arrivato da un pezzo.

Rientri in casa con passo felpato, tutti dormono e non vuoi disturbare. E comunque, dopo la serata di distrazione, non vuoi rientrare a valanga nel tuo solito ruolo. Ti senti quasi in colpa per esserti presa una serata libera, come se avessi deciso di ribaltare la quotidianità che tanto rassicura lo scorrere del nostro tempo. Anzi no, non è vero che ti senti in colpa, eccheddiamine ci mancherebbe altro, ti senti come quando provi a indossare un abito diverso da quelli a cui sei abituata. Che ti sta bene, e ti rende pure carina e curata, ma lo sai che non si confà davvero al tuo modo di essere e che sarà un evento isolato o quantomeno sporadico. Quindi te la tiri finché dura, poi tutti ai propri soliti posti di combattimento.

C’è un foglietto sul tuo cuscino. Anche il Fonto, addormentato lì accanto, si sveglia quel tanto da fartelo notare.

Lo leggi e ti vengono i lucciconi. Ti senti nel posto giusto, con le persone giuste. Ti sembra di star facendo bene il tuo lavoro di mamma. Ti sembra che siamo felici. Ti sembra che ci sentiamo tutti amati. Protetti. Al sicuro.

Vai a dormire così, con tutti questi “ti sembra” che danzano nei tuoi pensieri.

Dormi decisamente bene.

piccetta pensiero

Il GF è iniziato da quel dì, ma qui nessun dirigente mediaset mi ha chiamata per avvisarmi!

Lavoro a orari improbabili: celo

Figlio a casa con la tracheite da ormai una settimana: celo

Tanto lavoro a orari tanto improbabili: celo

Figlia che inizia ad avere una gola preoccupantemente infiammata: celo

Tantissimo lavoro, pure non mio ma dei soci rimasti indietro con il loro a causa di tantissimo lavoro: celo, celo.

Vita sociale che meno di così non è umanamente possibile: celo.

La mia grande, grandissima, imbarazzante e vergognosa passione per il Grande Fratello, ricominciato da almeno due settimane e io non ne sapevo nulla e non ne ho saputo nulla fino a ieri che casualmente sono incappata in un articolo in internet, e ho letto che è un superflop perché l’unico spettatore -io- non ne sapeva nulla, e se una roba simile è già iniziata di certo non inizierò a seguirla da ora: celo.

Caterva di film da vedere, ma almeno sono riuscita a incastrare boyhood in una notte sola e perdere altre tre ore di sonno ma alla fine ne è valsa la pena: celo.

E lì fuori c’è pure la nebbia: celo.

Adesso, cortesemente, tutti quei pazzi che scrivono sui loro social quanto amano l’autunno, quanto per loro significhi rinascita, serenità interiore e tricche ballacche, possono telefonarmi per spiegarmi precisamente cosa intendono? Perché io, oltre alle castagne che però non sono ancora arrivate, non ci vedo un minimo di positivo.

Chiamatemi a qualunque ora, pure alle 4 del mattino. Tanto son sveglia. Che culo, eh?!?